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NEXT GEN ATP FINALS

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Le Next Gen ATP Finals sono un vero e proprio show e lo si capisce subito, non appena imbocchi il corridoio che conduce alla città del tennis, dove sulle pareti svettano imponenti le gigantografie dei partecipanti.

La Fiera di Milano ha dedicato il padiglione 1 di Rho a questo evento che resterà nella città lombarda anche per le prossime quattro stagioni, ma dalla prossima si sposterà al Palalido. Ecco dunque che ti ritrovi proiettato nel futuro, in una nuova dimensione del tennis. La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è senza dubbio il campo, ci si imbatte subito nel primo dei due terreni dedicati all’allenamento, in green set (resina su legno, non particolarmente veloce), naturalmente senza corridoi. La prima sensazione è di qualcosa di incompiuto, di monco, ma pian piano ci si fa l’abitudine. Nel bel mezzo del padiglione invece lo spazio è tutto per il campo centrale, con una tribuna da 4’700 posti a ferro di cavallo, chiusa da una facciata in rosso pompeiano che richiama la Scala all’interno della quale ci sono 4 Skybox. Davanti troneggia la postazione del DJ che, insieme ai giochi di luce, ha saputo creare un’atmosfera speciale.

Tutt’intorno, il villaggio si anima di punti ristoro e gazebi all’interno dei quali hanno trovato spazio anche piccole boutique del tennis, dall’abbigliamento all’attrezzatura ai numerosi gadgets.

Ma scopriamo nel dettaglio tutte le novità di questo evento. Sono 8 i partecipanti, i migliori della Emirates ATP Race to Milan, una classifica annuale dedicata agli under21, divisi in due gruppi. Sette sono qualificati d’ufficio, l’ottavo è una Wild Card concessa dall’organizzazione ad un giocatore italiano che nei giorni precedenti l’evento si sarà guadagnato l’accesso attraverso delle pre-qualificazioni giocate allo Sporting Milano 3. Si gioca al meglio dei 5 set, ma con ogni frazione ridotta a 4 games, con un tie-break sul 3 pari. Sempre per quanto riguarda il punteggio, niente più vantaggi, sul 40-40 chi serve sceglie il lato e punto secco. Ah, e se prendi la rete durante il servizio devi continuare a giocare.

Tra un punto e l’altro ci sono tassativamente 25 secondi, il cosiddetto Shot Clock, che scorrono su un cronometro sui maxischermi, guai a sforare perché la prima volta ti costa un warning ma la seconda è penalty point. Aboliti tutti i giudici di linea, rimane solo quello di sedia. Per le chiamate ci sono telecamere ovunque e una voce, femminile per i servizi e maschile per il resto del punto, annunciano quando la palla è fuori o quando si commette un fallo di piede. Niente più occhio di falco quindi, ormai è tutto computerizzato, ma le chiamate più vicine alla riga, dette Close Call, vengono mostrate in automatico. Si può chiamare un medical time-out in tutto l’incontro, ma la cosa buffa è il pulsantone rosso che ogni giocatore ha a disposizione sulla propria panchina per poter chiamare il coach a fine set e, indossando delle apposite cuffie, comunicare con lui.

Gianluigi Quinzi

Inoltre, ad ogni cambio campo i giocatori possono consultare un tablet per poter accedere alle statistiche della partita.

La prima edizione se l’è aggiudicata il coreano Chung, che in finale ha battuto il russo Rublev in quattro set per 3-4 (5-7) 4-3 (7-2) 4-2 4-2 in quasi due ore. Ma tutti i partecipanti, Shapovalov, Medvedev, Coric, Khachanov, Donaldson e l’italiano qualificato Quinzi, hanno davvero espresso un altissimo livello di gioco e di competitività. Niente punti per la classifica in palio ma un montepremi di un milione e 275mila dollari, sufficiente a catturare l’attenzione.

Gianluigi Quinzi – Denis Shapovalov

Mi è piaciuto? Sì, è decisamente qualcosa fuori dall’ordinario, ero incuriosita e l’intrattenimento ha fatto da padrone della serata. Per chi ama il bel tennis, nonostante le tante novità e il grande impiego della tecnologia da digerire tutto in una volta, lo spettacolo è assicurato. Se si tratta di un evento all’anno, ben venga. Ma per ora, immaginarsi un cambiamento così radicale per tutto il circuito è davvero difficile.

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